Italian Albanian Arabic Bulgarian Chinese (Simplified) Croatian English French German Portuguese Romanian Russian Serbian Spanish Swahili

Corso Giornalisti


Reportage sulla formazione pratica presso l’headquarter addestrativo degli Incursori del “Col Moschin” che ha visto impegnati i frequentatori dell’11° Corso per giornalisti finalizzato alla conoscenza e prevenzione del rischio in aree di crisi organizzato dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) e dal Ministero della Difesa.

di Claudia Svampa

Una mattina di ottobre, una mattina speciale - e non solo per i raggi di sole taglienti nel bosco ad attenderci per le imboscate, o per la brina che luccica fra le mine che brilleranno a breve - una mattina di pochi giorni fa abbiamo varcato quel cancello presidiato, che molti ragazzi sognano e pochi selezionati oltrepassano, e che apre le porte del centro di addestramento Valle Ugione di Livorno. L’headquarter addestrativo degli incursori del ‘Col Moschin”. 

Siamo tutti cronisti, con un pezzo di guerra alle spalle già raccontata e pagine ancora da scrivere fra i teatri bellici presenti e futuri, 16 giornalisti in totale cui FNSI e Ministero della Difesa hanno deciso di fornire, congiuntamente, formazione teorico pratica per inviati in aree di crisi. Più mediaticamente siamo targati embedded press.

Oltre il cancello ad aspettarci il Reggimento d’assalto “Col Moschin” che tradotto in immagini definisce pattuglie di mezzi militari, drappelli di comandanti di vario grado, tutti in mimetica, tutti uomini albero e non solo per il camaleontismo ambientale, quanto anche - e ce ne accorgeremo col passare delle ore - per la salda stabilità che solo un tronco ramificato e ben radicato nel terreno è in grado di rappresentare.

All’orizzonte, l’inusuale coreografia di truppe in azione, che avanzano e operano nel perimetro del loro addestramento dividendo la scenografia militare con le location che ci spettano e a cui a breve saremo assegnati.

Il Campo minato

La prima linea é il campo minato. Un briefing, il giorno precedente - nei locali della Caserma Lustrissimi di Livorno che ci ospita - ha fatto il punto su trappole e ordigni che nelle aree di crisi potrebbero mutilarci o polverizzarci nel volgere di un istante. Un excursus sugli I.E.D. gli ordigni realizzati con materiali di circostanza, sugli U.X.O. gli ordigni inesplosi, gli E.F.P. le bombe a carica cava capace di distruggere anche i mezzi blindati ha chiarito con quante diverse modalità saremmo in grado di saltare in aria in un ambiente ostile.

Poi arriva il momento dei botti veri. Quelli che ti prepari a sentire quando calpesti il terreno bagnato e smosso che ti si srotola sotto i piedi. Ed é evidente che tra noi e i players di Call of Duty il differenziale é l’accelerazione di una consapevolezza via via crescente: gli ordigni sono ordigni veri, di quelli che fanno secche le persone. E chi ci salta sopra, va da se, é untore di morte per chi é al seguito. Il nostro istruttore incursore é "plastico" lui stesso: sa detonarci a uno a uno e sa perfettamente quando e dove metteremo il piede sulla mina. Non lo deludiamo: saltiamo pressoché su tutte le esche. Anche i più avvezzi alla conoscenza degli esplosivi tra noi innescano ordigni a ripetizione: se fossimo realmente in un campo minato la consapevolezza di non uscirne vivi sarebbe già una certezza.

Il fuoco incrociato

Ancora le jeep a dislocarci nei vari settori addestrativi, il bosco resta alle spalle e si apre un’area di cascine e container in disuso, teatro di un imminente conflitto a fuoco, il nostro. A sparare i cecchini appostati nelle cascine e sulle alture circostanti. A scappare dalle pallottole i giornalisti.

Cosa proviamo noi, che non siamo soldati, che non siamo militari, che il fischio delle pallottole lo abbiamo incrociato raramente o forse mai, a essere il bersaglio privilegiato di un fuoco incrociato? La prima cosa che viviamo, all’unisono, é l’ingovernabilità delle reazioni. Non si riesce a tenere testa all’idea di simulazione subito dopo la prima raffica di pallottole. Schizza l’adrenalina, saltano gli schemi premeditati, scatta la reazione individuale e istintiva che si avrebbe in caso di conflitto a fuoco reale: chi resta paralizzato dalla paura, chi scappa disorientato e senza un riferimento sul territorio, chi resta più lucido e attua un vano tentativo di portare a casa la pelle.
A livello fisiologico l’aumento del consumo di ossigeno e della frequenza cardiaca é immediatamente percepibile, l’ormone leader innesca pienamente la reazione fight or flight, combatti o fuggi per la quale é universalmente conosciuto e celebrato.
Le prime pallottole che arrivano non le sentiamo neanche, la scarica adrenalinica é ancora intensa e anestetizzante, le ultime invece pizzicano come sassolini centrati con la mazza fionda. Siamo affannati, molto più rispetto al movimento dovuto al tentativo di fuga che mettiamo in atto, e ci rendiamo conto quanto l’autocontrollo sia di difficile gestione per il solo fatto di sentire le raffiche dei cecchini.

In uno scenario bellico reale non avremo scampo neanche con il favore degli dei. E’ chiaro adesso per tutti noi che uscire vivi da un conflitto a fuoco non é solo questione di fottutissima fortuna ma anche e soprattutto di capacità personali.

La sopravvivenza dell’ostaggio

In tempo di Isis l’ostaggio reporter viaggia nelle news a braccetto con le sevizie, la conversione all’islam e soprattutto le gole tagliate. Che diciamocelo non é una prospettiva invidiabile per i pendolari della Damasco-Baghdad e linee limitrofe costretti a mettere nel novero delle possibilità la cattura ad opera di gruppi terroristici ringalluzziti dalla ferocia del mediatico leader Abu Bakr al-Baghdadi.

Eppure se negli ultimi 15 anni i rapimenti sono aumentati del 500% é ora di considerare che il contrasto ai sequestri di occidentali ad opera dei terroristi va interpretato in maniera più restrittiva da parte di tutti, potenziali ostaggi o vittime in primis.

Si torna quindi nel bosco, a bordo delle jeep. Sentieri accidentati, luce filtrata ambiente umido. L’autista ci distrae mentre l’imboscata ci sorprende: sono in molti, forse una decina, il passamontagna a coprire i volti, in abiti civili, armati, gridano e sparano all’impazzata.

Ci trascinano malamente fuori dalle auto, ci costringono a inginocchiarci a terra a testa bassa, ci legano i polsi e ci incappucciano. Si respira poco, e male. Il caos intorno é totale, si fatica a percepire cosa si prova. La paura del rapimento non riesce ad averla vinta, siamo ancora troppo consapevoli che si tratta di una simulazione, più difficile invece gestire l’ansia per gli spostamenti concitati, percependo la precarietà che da legati e bendati abbiamo sul terreno e in mano ai sequestratori.

Inizia il vero e lungo training da ostaggio, le strategie di sopravvivenza da adottare, la vulnerabilità rispetto ai carcerieri, la capacità di resistenza alla pressione psicologica, alle minacce fisiche. E ancora sono gli istruttori incursori a dirigere ogni azione, ogni reazione, ogni pensiero sotto il passamontagna. Sono loro capaci di annientarti con la pressione di uno sguardo, di una mano, di un gesto o di un respiro. Di sbriciolarti e riassemblarti a piacimento attivando quella macchina perfetta che è il loro controllo assoluto della potenza fisica e mentale.

Ne usciamo dopo ore con le ossa scricchiolanti, la mente spappolata, il respiro accelerato e le farfalle nello stomaco. Il primo step dello shock da cattura forse é proprio questa poltiglia di terrore e eccitazione, di tachicardia e tachipnea che somiglia molto a tutto ciò che proviamo.

La punta di diamante, non solo delle forze armate

E dopo una giornata intensa e irripetibile con loro arriva il momento in cui ti fermi e pensi che é grazie a uomini così che ancora ci si può sentire grandi ad essere italiani. Arriva quell’istante in cui una strana pozione di orgoglio e fierezza patriottica ti assalgono, rispecchiandosi in quel tricolore che ti occhieggiava di continuo dalle mimetiche, dai baschi amaranto che entravano e uscivano dalle tasche dei pantaloni, dai passamontagna neri a protezione delle identità, dalle jeep militari che volavano su e giù fra gli sterrati.

E’ quello il momento in cui ti sbarazzi di tutti i luoghi comuni con cui dipingono questi super uomini e di tutta la narrativa che accompagna fama e notorietà delle forze speciali: non sono macchine addestrate per annientare, sono forza inaudita di disciplina e serietà, di tecnica e difesa.

Li rivedi mentre ti addestrano, mentre nelle poche ore, nei brevi briefing, nelle poche esercitazioni di cui dispongono per spiegarti cosa fare e soprattutto cosa non fare per salvarti la vita, ci mettono tutto ciò di cui dispongono e anche di più. E capisci quanto possano credere in quello che fanno, e che sono davvero la punta di diamante non solo delle nostre forze armate, ma dei nostri valori più nobili e alti come onore e patria.

E hai la certezza che senza la minima esitazione continueranno a rischiare la propria vita per spaccare ossa e denti a tutti i taliban che continuano a rapire i nostri connazionali - reporter troppo eccitati o cooperanti troppo sprovveduti poco importa - perché la missione é salvarne altre di vite. Anche le volte in cui sanno bene che quelle altre vite valgono assai meno delle loro.
C’é questo dietro quegli sguardi che non conoscono la paura ma che ti inondano di forza umana. E li chiamano punta di diamante dell’esercito questi uomini che sono la punta di diamante di un intero paese se riescono a riconciliarti con tutte le meschinità e il lebbrosario politico mediatico con cui ogni giorno noi giornalisti siamo chiamati a interloquire nelle redazioni.